La perfezione del caos

Muro di sicurezza o d’apartheid?

Posted by Neliana su settembre 8, 2009

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Berlin 1989 – Palestine?

Una delle tante scritte che è possibile notare subito dopo aver passato uno dei numerosi Checkpoint che affollano tutto il territorio palestinese e parte di Gerusalemme, scolpita proprio davanti agli occhi di chi oltrepassa quella “Linea verde”, che un tempo doveva tracciare il confine del territorio palestinese. Ormai è diventato il simbolo della vergogna, oltraggio alla dignità di ogni uomo e di ciascuna “Carta Fondamentale dei Diritti dell’uomo” stipulata negli ultimi secoli.

Per gli israeliani è uno “strumento di sicurezza”, grazie al quale negli ultimi anni sono diminuiti gli attentati, per i palestinesi invece quel muro simboleggia la loro presunta “inferiorità” rispetto ad un’altra razza; uno di loro mi ha confidato che vorrebbe svegliarsi un giorno, aprire la finestra e non vedere più quello scempio che impedisce l’accesso per i palestinesi a qualsiasi città israeliana se non si è muniti di uno speciale permesso, e solo dopo un’opportuna registrazione delle impronte digitali. Un’altra palestinese cristiana di Bayt Sahur si commuoveva raccontandomi di quanta invidia prova vedendo i pellegrini di tutto il mondo che vanno a pregare in Terra Santa e per lei, che ci vive, è assolutamente impossibile visitare o pregare a Gerusalemme. La storia e la geografia tutte ci insegnano che dove si affermano squilibri economici, come nel caso palestinese la cui economia è tuttora ancorata a quella israeliana, si attivano una serie di tensioni politiche e sociali; il muro, infatti, impedisce una libera circolazione e alimenta per contro il consenso verso le frange dell’estremismo più intransigente ed è di questo che Hamas si nutre, almeno nella striscia di Gaza. Al mio arrivo a Betlemme l’impatto è stato forte, ritrovandomi davanti agli occhi una città circondata da militari, uomini armati e soldati; mi è stato spiegato che la forte presenza della polizia palestinese era dovuta al Congresso di Al Fatah per decretare il nuovo leader. Tra i favoriti figuravano: Mohammed Dahlan, ex “ras” di Gaza, avversario di Arafat con molti legami con Israele poi posto come possibile successore del riconfermato Mahmud Abbas; l’altro concorrente, l’ex premier Ahmed Qureia, è stato sconfessato a causa del suo sfacciato arricchimento con la vendita di cemento usato da Israele nella costruzione degli insediamenti, mentre Marwan Barghuti incarcerato da Israele, eletto al Comitato centrale, resta il più popolare leader di Al Fatah. Quando chiedi ai palestinesi cosa ne pensano di Al Fatah, rimani perplesso per la divisione netta fra gli oppositori, che lamentano il fatto che Al Fatah in realtà continua ad arricchirsi senza far nulla, e i fiancheggiatori a cui piace il riconfermato leader, che credono che in questi ultimi decenni tanto è cambiato, sia a Betlemme che a Jenin, due città famose per la incredibile resistenza durante le due “intifada” contro i soldati israeliani.

Ciò che si percepisce palesemente tuttavia, è la paura degli israeliani, basta vivere almeno una volta l’avventura di prendere un aereo da Tel Aviv, e i controlli/interrogatori paradossali che si è costretti ad assistere, che ricordano alcune scene dei film che raccontano l’Olocausto. Ciò che realmente è sconvolgente ai controlli aeroportuali, è quel numero (da 1 a 6) che ti affibbiano dopo un interrogatorio, che decreta il tuo grado di pericolosità stabilito dall’umore più o meno storto di chi ti giudica in quel momento; questo adesivo viene appeso ovunque, te lo ritrovi pure addosso come uno dei tanti segni distintivi che contraddistingueva ciascun ebreo nei campi di concentramento. I palestinesi tuttavia sono ormai avvezzi a questo tipo di trattamento di sfavore, basta osservare come guardano i turisti ai checkpoint, quando loro sono costretti ad attendere file estenuanti per uscire da Betlemme e invece i turisti, per il semplice fatto che sono “turisti” hanno un passaggio dedicato. Fintanto che ci sarà un filo di speranza, si continueranno a fare summit di Al Fatath per cercare di creare uno Stato palestinese e uno israeliano; uno stato unico sarebbe la scelta logica, lo pensano anche i palestinesi, ma sono altrettanto consapevoli che gli israeliani, una soluzione del genere non la accetteranno mai, dato che per come stanno le cose adesso scaturirebbe una vera e propria guerra civile e quel territorio non è più in grado di sostenere una nuova Intifada.

Neliana Pollari

 

Ringrazio l’Associazione Amal per la preziosa opportunità che mi ha offerto

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2 Risposte to “Muro di sicurezza o d’apartheid?”

  1. Enricuzzu said

    E’ sempreun piacere leggerti.
    La storia dell’adesivo non la conoscevo, purtroppo. Dimostra come ci siano mondi ancora distanti dal nostro, che la massa ingora, attenta a preoccuparsi di aprire l’ombrello sotto la pioggia per non bagnarsi i capelli. Da quelle parti, l’ombrello non basta per proteggersi… E tu sei fortunata ad aver avuto la possibilità di vedere quelle realtà.

    Un abbraccio
    Enricuzzu

  2. Credo che la tua sia stata un’esperienza indimenticabile: è davvero impagabile la comprensione che di un problema si può acquisire attraverso una indagine diretta sul campo.
    Grazie per aver condiviso con noi -attraverso questo articolo- alcuni degli stati d’animo che tu hai potuto toccare con mano…
    Ciao

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